Dalla Transilvania a Broadway.

29 10 2007

 

 

 

 

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E’ vivo! E’ vivo! Vivo vivooooo!!!!. Parole di Gene Wilder e musica di Mel Brooks. Di cosa stiamo parlando? Ma del capolavoro della comicità cinematografica per antonomasia: Frankenstein Junior, che finalmente è arrivato sui palcoscenici di Broadway l’ 8 di novembre tutto per voi. Lo spettacolo nella sua trasposizione a teatro, è diventato musical, gli interpreti sono star della tv americana. Nella riproposizione dal vivo, il celebre cult, perde sicuramente di incisività, ma noi fans sfegatati della storia non stiamo certo a cercare il pelo nell’uovo. C’è grande curiosità riguardo le musiche e i testi delle canzoni, di cui si è personalmente occupato lo stesso Mel Brooks. Infatti il genio della satira e della farsa in America, ha avuto un passato da musicista ed ha personalmente collaborato alla stesura degli arrangiamenti. La parte del dottore è affidata a Roger Bart, che ha già lavorato con Mel Brooks in “The producers”. Megan Mullally è invece Elizabeth, fidanzata e storica finanziatrice di Frederick. La Mullally è nota anche in Italia per aver preso parte alla serie “Will & Grace”, in cui interpretava Karen Walker. Infine Igor (Aigor), che nel film era Marty Feldman, un attore dal triste destino il cui più di tutti l’espressione del viso si è vincolata a questo personaggio, verrà riproposto da Christopher Fitzgerald. C’è da giurare che il povero Fitzgerald sarà atteso al varco da un’ordata di critiche puriste (a cui preventivamente ci associamo, perché Aigor è Aigor). Lo spettacolo sarà allestito all’ Hilton Teathre, sito tra la 42esima ovest e la 213. Il prezzo del biglietto si aggira intorno ai 155 euro. Per ulteriori dettagli segnaliamo il sito: www.youngfrankensteinthemusical.com.

Speriamo che per andarlo a vedere non occorra un cervello abnorme o un enorme shwanshtuck!





Bloomberg dichiara guerra all’obesità

27 10 2007

 

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Al ristorante con la calcolatrice. Non per fare i calcoli di cosa stiamo spendendo, quanto piuttosto delle calorie che stiamo assumendo. E’ la nuova trovata del sindaco Bloomberg, che ha avviato una vera e propria caccia all’obesità. Nel nuovo provvedimento, i ristoranti con più di 15 sedi in tutto il paese, saranno obbligati ad esporre il numero delle calorie accanto ai prezzi. La decisione segue di poco tempo il divieto di usare nei ristoranti alcuni grassi ritenuti troppo pericolosi per la salute. Nel varare tale precauzione, Bloomberg spera di stimolare nel consumatore la consapevolezza dei rischi che corre, dovuta ad un’alimentazione fuori controllo. In una recente statistica, quasi il 65 per cento degli abitanti di New York è in sovrappeso (ti credo! Con il piatto tipico che è l’hot dog del carrettino all’angolo della strada), e la legge mira proprio ad informare in tempo reale per prevenire od attenuare malattie dovute ad un’errata alimentazione, come il diabete. Thomas Frieden, commissario per la salute della città (che geni questi newyorkesi, pure un’assessorato apposta per la salute della città), ha dichiarato al New York Times, che la nuova norma non verrà utilizzata da tutti, ma chi lo farà avrà sicuramente benefici per la sua salute. Freddo è stato il commento dell’associazione dei ristoratori della City: pur non presentando ancora ricorso, il portavoce Chuck Hunt ha dichiarato che la nuova regola da un messaggio distorto: il numero delle calorie, non è infatti l’informazione più importante quando si consuma un piatto. E’ in corso la nuova guerra preventiva, ma stavolta l’asse del male è formata dal diabete e dal colesterolo!

 

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… Dove eravamo rimasti …???

25 10 2007

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Eccoci qui, era da un po’ di tempo che mancavamo all’appello. Colpa dell’inesperienza da “bloggers” cari amici e amanti della “Big Apple”. Risolti alcuni problemi tecnici, possiamo rituffarci in questa meravigliosa esperienza sensoriale che è New York. Eroica, dalle mille risorse, multiculturale: questa è la città di cui amiamo dar notizia, per mezzo delle conturbanti note di George Gershwin, delle sofisticate atmosfere del sempre eterno Frank Sinatra, ma anche attraverso le nevrosi e i deliri descritti in quel capolavoro di Woody Allen che è “Manhattan”.

 

 

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Perché è questo, cari signori, una delle intenzioni principali di questo spazio sulla rete: raccontare di New York, farla rivivere a chi l’ha vista ma non riesce a distaccarsene, ma anche farla scoprire a chi l’ha sempre agognata, in tutti i suoi vizi, le sue virtù, le sue contraddizioni. Le mordacità chiassose della 5th avenue, le frenesie isteriche di Wall Street, ma anche le bellezze camaleontiche di Soho e Tribeca due tra i quartieri più esclusivi del mondo. Che cosa è che rende speciale questo luogo? Il senso di profonda compartecipazione alle attività della grande mela. Ci sentiamo tutti americani, anzi newyorkesi, quando passeggiamo per Broadway, per Times Square e per Lexington avenue. Condividiamo i ritmi di vita, il parlare dritto in faccia, gli i- pod che escono fuori dalle giacche quasi chiedendo scusa, i computers portatili, il frappuccino di Starbucks e desideriamo in maniera ossessiva far parte di questo universo così distante dal nostro. Forse è proprio questo che ci attrae: la possibilità di toccare con mano un punto di rottura talmente forte con le nostre consuetudini, che quasi non riusciamo a crederci e non vogliamo più mollare. Più che mai, il ruolo che negli anni si è ritagliata la “città che non dorme mai”, è stato quello di veicolare i nostri sogni e le nostre speranze: se arriviamo a vivere a NY, vuol dire che ce l’abbiamo fatta, siamo forgiati da quel sentimento di alienazione che è tipico delle grandi metropoli, ma non della nostra, che è lo specchio fedele di quell’ America dove “in ogni momento uno schiavo può diventare padrone”, per dirla con le parole di un famoso storico. Possibilità infinite si celano dietro ogni angolo e in ogni epoca, Jean Michel Basquiat negli anni 80’ ha incendiato una generazione con la sua arte visionaria disseminata per tutta NYC, che fece degli yuppies un vero e proprio fenomeno di costume, tanto da ridare speranza ad un’intera nazione da prendere come esempio. La “reaganomics”, politica monetaria statunitense anni 80’ voluta dall’allora presidente Reagan, instillò un profondo ottimismo non solo negli Usa ma nel resto del mondo, di cui New York era la più spettacolare cornice, rappresentata da una numerosa cinematografia che va da “Wall Street” di Oliver Stone a “Il segreto del mio successo”, film diversi tra loro, ma capaci mettere in scena il sentimento di edonismo e fiducia nelle proprie capacità, che nella city possiamo trovare in ogni angolo. Non è un caso se proprio da queste parti, si sia affermata l’arte del teatro: la east coast è per tutti il regno della vera recitazione, quasi a rimarcare fieramente la differenza con Hollywood, a rivendicare una singolarità aristocratica e a connotare una differenza che sembra dirti:” Ehi qui siamo a New York, il resto è chiacchere!”.

Auguriamo a tutti voi uno splendido viaggio, sperando di condividerlo insieme il più a lungo possibile……..

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